Tintoretto
L'instancabile dinamo di Venezia, che infranse la calma rinascimentale con prospettive vertiginose e una velocità mozzafiato.






Stile e tecnica
Tintoretto dipingeva come se corresse contro il tempo, e secondo una tradizione veneziana di lunga data a volte finiva in un giorno ciò per cui altri maestri impiegavano una settimana solo per preparare la tela. La sua ambizione dichiarata, riassunta in un motto a lui attribuito — unire 'il disegno di Michelangelo con il colore di Tiziano' — spinse la sua arte verso il movimento piuttosto che verso la quiete. Laddove il precedente Rinascimento veneziano prediligeva composizioni calme, frontali e armoniosamente equilibrate, Tintoretto scagliava le sue figure lungo diagonali vertiginose, le faceva precipitare nello spazio in violenti scorci prospettici, e le faceva scontrare con il piano del quadro da angolazioni impossibili, tanto che un santo poteva piombare a capofitto dal cielo o il braccio di un apostolo protendersi dritto verso il volto dell'osservatore. Trattava la tela come un palcoscenico piuttosto che come una finestra, orchestrando molteplici fonti di luce, spesso innaturali — una lampada, un'aureola, un fascio improvviso da una finestra invisibile — che investivano i corpi radenti e scavavano ombre profonde e teatrali, accentuando il dramma piuttosto che descrivere la luce ordinaria del giorno.
Raggiungeva tutto questo con una rapidità straordinaria. Tintoretto lavorava direttamente su fondi scuri e tonali, tracciando a colpi decisi luci di bianco e ocra con pennellate cariche e ben visibili che da vicino possono sembrare quasi incompiute, ma che a distanza si risolvono in una luce guizzante ed elettrica. Una vasta bottega di famiglia lo aiutava a far fronte a una mole impressionante di commissioni, ma i passaggi più audaci — una mano che cattura il bagliore di una torcia, un drappeggio sferzato da un vento invisibile — restano inconfondibilmente frutto della sua mano rapida. Era altrettanto audace nella scala e nell'ambizione, inseguendo e spesso ottenendo gli incarichi più grandi e prestigiosi di Venezia ribassando i rivali o, come nel celebre episodio, installando un dipinto già finito dove era stato richiesto solo un bozzetto. Questa fame di grandi dimensioni lo portò a coprire intere pareti e soffitti con vasti cicli narrativi nell'arco di decenni, e a dipingere tele di dimensioni davvero enormi, tra le più grandi mai realizzate. Il risultato fu una visione inquieta, immersa nell'ombra, quasi cinematografica della narrazione sacra e mitologica, carica di un'energia nervosa e moderna che confluì direttamente nel Barocco successivo.
Vita ed eredità
Jacopo Robusti nacque a Venezia intorno al 1518, uno dei tanti figli di un tintore di stoffe, mestiere che diede al ragazzo un soprannome destinato a sopravvivere del tutto al suo vero nome: il Tintoretto, 'il piccolo tintore.' La tradizione veneziana, messa per iscritto decenni dopo dal biografo Carlo Ridolfi, vuole che il giovane Jacopo fosse mandato per breve tempo a studiare nella bottega di Tiziano, ma che ne venisse allontanato dopo pochi giorni, perché a quanto si dice il vecchio maestro riconobbe nel talento precoce del ragazzo un pericoloso rivale e non volle concorrenza sotto il proprio tetto. Gli studiosi moderni dubitano dei dettagli dell'aneddoto, ma esso coglie qualcosa di vero sull'intera carriera di Tintoretto: comunque sia cominciata, la sua relazione con l'anziano e internazionalmente celebrato Tiziano rimase fatta di cauta distanza più che di amicizia, e Tintoretto sembra essersi formato da autodidatta, disegnando ossessivamente dai calchi in gesso delle sculture di Michelangelo e conducendo audaci esperimenti personali con la prospettiva e la luce delle lampade.
A differenza di Tiziano, che lavorò per papi, imperatori e re in tutta Europa, Tintoretto trascorse praticamente l'intera carriera a Venezia, lasciando la città raramente se non mai, costruendo la propria fama piuttosto attraverso una produttività senza pari e un'audacia spregiudicata nell'aggiudicarsi le commissioni locali. Si impose all'attenzione nel 1548 con Il Miracolo dello Schiavo, una pala d'altare di sensazionale dinamismo che sconvolse ed entusiasmò il pubblico veneziano e lo mise in rotta di collisione con Paolo Veronese, l'altro grande protagonista della pittura veneziana dell'epoca; i due si contesero per decenni gli incarichi più prestigiosi della città, e la loro rivalità divenne una delle dinamiche fondamentali dell'arte veneziana di fine Cinquecento. Il colpo più grande di Tintoretto arrivò negli anni Sessanta del Cinquecento, quando la confraternita della Scuola Grande di San Rocco indisse un concorso per un dipinto da soffitto e Tintoretto, invece di presentare un bozzetto come i suoi rivali, installò segretamente una tela già completata e poi la donò senza condizioni, una mossa che, pur rispettando la lettera del regolamento della scuola, spiazzò completamente i concorrenti. Trascorse gran parte del quarto di secolo successivo a riempire pareti e soffitti dell'edificio con decine di dipinti, un'impresa che resta la sua più grande eredità.
Tintoretto dirigeva una vasta bottega di famiglia, e sua figlia Marietta Robusti, da lui addestrata fin dall'infanzia e, secondo la tradizione, talvolta vestita da ragazzo per accompagnarlo nelle commissioni di ritratti, divenne una pittrice di talento a pieno titolo prima della sua morte prematura nel 1590; anche i figli Domenico e Marco lavorarono al suo fianco, aiutando il maestro ormai anziano a portare a termine le sue ultime, imponenti commissioni. Tintoretto morì a Venezia nel 1594, dopo aver trascorso quasi cinquant'anni a trasformare la serena grandezza della pittura rinascimentale veneziana in qualcosa di più rapido, più oscuro e molto più urgentemente teatrale.
Cinque dipinti famosi

Il Miracolo dello Schiavo 1548
Tintoretto si impose all'attenzione di Venezia con questa sensazionale pala d'altare, che mostra San Marco precipitare a capofitto dal cielo per salvare uno schiavo cristiano dalla tortura per aver venerato le sue reliquie. Il santo si getta verso il basso in un violento scorcio prospettico, le vesti sferzate dal vento, mentre la folla attonita sottostante arretra in un turbinio di membra contorte; strumenti di tortura spezzati sono sparsi a terra, prova che il miracolo si è già compiuto. I contemporanei rimasero sbalorditi dall'audacia e dalla rapidità d'esecuzione. Oggi conservata alle Gallerie dell'Accademia di Venezia, l'opera consacrò da un giorno all'altro la fama del giovane pittore e ne definì il tono esplosivo per il resto della carriera.

L'Ultima Cena 1592-1594
Dipinta negli ultimi anni di vita per la chiesa di San Giorgio Maggiore, questa Ultima Cena abbandona le calme scene di banchetto frontali predilette dai pittori rinascimentali precedenti. Tintoretto dispone la tavola su una ripida diagonale che si perde in un'oscurità fumosa, affolla la sala di servitori indaffarati e riempie l'aria sopra gli apostoli di angeli traslucidi e fiammeggianti, appena distinguibili dal fumo di una lampada a olio. Cristo, piccolo e decentrato, distribuisce il pane in mezzo al trambusto anziché presiedere a una cerimonia immobile. Del tutto diversa dalla serena versione simmetrica di Leonardo, la luce inquieta di questo dipinto segna una delle grandi affermazioni tarde dell'arte veneziana.

Susanna e i vecchioni c. 1555-1556
In un rigoglioso giardino racchiuso da un pergolato di rose, una Susanna nuda si china verso il proprio riflesso in uno specchio appoggiato tra vasetti d'olio, ignara che due vecchioni la spiano da dietro una siepe e un basso muretto di pietra. Tintoretto costruisce la scena attorno a una tensione tra innocenza e sorveglianza, usando lo specchio, una collana di perle e una luce dorata screziata sulla pelle per attirare lo sguardo verso la minaccia nascosta ai margini del quadro. Il soggetto, un pretesto molto diffuso per il nudo femminile, diventa qui tanto suspense psicologica quanto pittura sensuale. Oggi al Kunsthistorisches Museum di Vienna, è annoverato tra i più bei nudi del Rinascimento veneziano.

L'Origine della Via Lattea c. 1575
Un improvviso dramma cosmico si dispiega mentre Giove addormentato accosta di nascosto il piccolo Ercole al seno della moglie Giunone, sperando che il latte di una dea conferisca al bambino l'immortalità; Giunone si sveglia di soprassalto, e lo spruzzo di latte disegna un arco nei cieli formando la Via Lattea, mentre le gocce che cadono a terra fioriscono in gigli. Tintoretto dispone la scena come una ruota vorticosa di corpi, drappeggi e pavoni spaventati intorno al braccio di Giunone, con l'aquila di Giove intrecciata tra loro, tanto che la tela sembra ruotare sul proprio asse. Sopravvissuta solo in parte, oggi alla National Gallery di Londra, resta uno dei dipinti mitologici più inventivi dell'epoca.

Paradiso c. 1588-1592
Commissionata per riempire la parete di fondo della Sala del Maggior Consiglio nel Palazzo Ducale, dove si riuniva il Maggior Consiglio di Venezia, questa tela sbalorditiva, tra le più grandi mai dipinte, affolla diverse centinaia di figure in una visione vorticosa del paradiso incentrata su Cristo che incorona la Vergine tra santi e angeli disposti in gradinate luminose. Tintoretto, ormai settantenne, ideò la composizione e ne supervisionò l'esecuzione insieme al figlio Domenico e a una vasta bottega, orchestrando l'immenso schieramento di figure in onde ondeggianti di movimento anziché in file statiche. Rappresentò l'affermazione culminante di decenni di lavoro al servizio dello Stato veneziano.

